Secondo la Banca Mondiale, i “Paesi in via di sviluppo” sono intrappolati in una nuova crisi del debito. Come si spiega tutto ciò?

30 dicembre, Eric Toussaint.

Illustrazione : Diego Rivera, El hombre controlador del universo, reproduction de Gumr51, WikimediaCommons, CC, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Libro_Los_Viejos_Abuelos_Foto_68.png

L’ultimo rapporto della Banca Mondiale sul debito pubblico dei « paesi in via di sviluppo », pubblicato il 13 dicembre 2023,[1] rivela una realtà preoccupante : nel 2022, l’insieme dei paesi in via di sviluppo hanno speso una somma record di 443,5 miliardi di dollari per assicurare il pagamento del loro debito pubblico estero. Per questo stesso anno 2022, i 75 paesi a basso reddito che hanno accesso ai finanziamenti dell’Associazione Internazionale per lo Sviluppo (IDA), l’istituzione della Banca Mondiale che fornisce finanziamenti ai paesi più poveri, hanno versato ai loro creditori un importo record di 88,9 miliardi di dollari. Il debito pubblico estero di questi 75 paesi ha raggiunto una cifra record di 1 100 miliardi di dollari, più del doppio del livello del 2012. Secondo il comunicato della Banca Mondiale, tra il 2012 e il 2022, questi paesi hanno visto aumentare il loro debito estero del 134%, un tasso superiore a quello dell’aumento del loro reddito nazionale lordo, che è stato del 53%.


La BM aggiunge: “L’aumento dei tassi di interesse ha accentuato le vulnerabilità legate al debito in tutti i paesi in via di sviluppo. Solo negli ultimi tre anni, si sono verificati 18 default di pagamento sovrano in dieci paesi in via di sviluppo, più di quanto registrato nei due decenni precedenti. Attualmente, circa il 60% dei paesi a basso reddito è esposto a un elevato rischio di indebitamento o si trova già in tale situazione.”

Di conseguenza, la Banca mondiale, lancia l’allarme: è cominciata una nuova crisi del debito. Delle somme enormi vengono spese per rimborsare i creditori a discapito della soddisfazione dei crescenti bisogni di centinaia di milioni di persone che hanno una necessità vitale di assistenza.  Ricordiamo che, sempre secondo un altro rapporto della BM, citato dal Financial Times[2], tra il 2019 e il 2022, 95 milioni di persone in più sono cadute nella povertà estrema.

La Banca mondiale riconosce che i creditori privati hanno iniziato nel 2022 a chiudere il rubinetto dei prestiti ai PVS spremendo al massimo il limone per ottenere il massimo dei rimborsi. Infatti, secondo la BM, i nuovi crediti concessi dai prestatari privati ai poteri pubblici dei PVS sono caduti al 23%, riducendo l’importo a 371 miliardi di dollari, il livello più basso in 10 anni. Tuttavia, questi stessi creditori privati hanno raccolto 556 miliardi di dollari come rimborsi. Ciò significa che nel 2022, hanno ricevuto 185 miliardi di dollari in più di rimborsi rispetto a ciò che hanno erogato in prestiti. Sempre secondo la Banca mondiale, è la prima volta dal 2015 che i creditori privati ricevono più fondi di quelli emessi ai paesi in via di sviluppo.

La Banca mondiale non spiega come si è arrivati a questa situazione, poiché implicherebbe mettere in discussione le cause del modello e del sistema economico che promuove e che considera come l’unica opzione possibile. Ciò la obbligherebbe anche a colpevolizzare chiaramente le banche centrali dell’America del Nord e dell’Europa occidentale e quindi le autorità delle principali potenze occidentali che controllano sia la Banca Mondiale che il Fondo Monetario Internazionale.

Per capire la crisi attuale, bisogna tornare a ciò che è successo durante gli ultimi 15 anni.

Dal 2010 al 2012, la riduzione progressiva dei tassi d’interesse al Nord ha ridotto i costi del debito al Sud. Le banche centrali dei paesi più industrializzati hanno continuato con un ribasso dei tassi d’interesse portandoli allo 0%.  Questa politica mirava a tenere a galla i mercati finanziari in particolare e le grandi imprese private in generale. Si trattava anche di rendere il debito pubblico del Nord facilmente gestibile e rimborsabile.  Tale politica dei tassi d’interesse molto bassi praticata dalle grandi potenze capitaliste ha incoraggiato il finanziamento di spese per il debito e ha prodotto un forte aumento dei debiti tanto pubblici quanto privati al Nord come al Sud. Ciò ha ridotto il costo del rifinanziamento per i Paesi in via di sviluppo.

Il finanziamento a basso costo, combinato all’afflusso di capitali provenienti dal Nord in cerca di rendimenti migliori di fronte ai bassi tassi di interesse del Nord e, ad entrate da esportazione elevate (poiché il prezzo delle materie prime esportate dal Sud al Nord rimaneva alto), ha dato ai governi dei paesi in via di sviluppo, compresi i più poveri, una pericolosa sensazione di sicurezza. Paesi poveri dell’Africa subsahariana che non avevano mai avuto l’opportunità di stampare e vendere titoli del loro debito sovrano sui mercati finanziari internazionali hanno potuto trovare facilmente acquirenti per i loro titoli di debito. Fondi d’investimento e banche del Nord hanno acquistato titoli del Sud perché offrivano un rendimento migliore rispetto ai titoli del Tesoro americano, ai titoli giapponesi, tedeschi, francesi o di altri paesi europei, tutti vicini allo 0% o non oltre il 2-3%.

Senza difficoltà, i paesi poveri hanno emesso e venduto titoli del loro debito estero sul mercato internazionale. Il Ruanda ne è un caso emblematico. Nonostante sia uno dei paesi più poveri al mondo e sia stato marcato dal genocidio del 1994, ha potuto per la prima volta emettere dei titoli del suo debito sovrano e venderli a Wall Street. Questo è successo nel 2013, nel 2019, 2020 e nel 2021. Nello stesso modo il Senegal ha potuto emettere 6 obbligazioni internazionali tra il 2009 e il 2021, nel 2009, 2011, 2014, 2017, 2018 et 2021. L’Etiopia, paese estremamente povero è riuscito a concedere un prestito internazionale nel 2014. Il Benin ne ha avuto accesso più recentemente emettendo 3 obbligazioni sul mercato internazionale nel 2019, 2020 e 2021. Il Costa d’Avorio, uscito da una guerra civile da appena qualche anno, allo stesso modo ha emesso dei titoli ogni anno dal 2014 al 2021, anche se fa parte dei paesi poveri fortemente indebitati. Possiamo ancora menzionare le obbligazioni del Kenya (2014, 2018, 2019, 2021), dello Zambia (2012, 2014, 2015), del Ghana (2013 à 2016, 2018 à 2021), del Gabon (2007, 2013, 2015, 2017, 2020, 2021), della Nigeria (2011, 2013, 2014, 2017, 2018, 2021, 2022), dell’Angola (2015, 2018, 2019, 2022) e del Camerun (2014, 2015, 2021). Mai successo nel corso degli ultimi 60 anni. Ciò riflette una situazione internazionale molto specifica: gli investitori finanziari del Nord avevano a disposizione un’enorme quantità di liquidità e, di fronte a tassi di interesse molto bassi nella loro regione, erano alla ricerca di rendimenti interessanti. Il Senegal, la Zambia, il Ruanda promettevano un rendimento tra il 6% e l’8% sui loro titoli: all’improvviso, hanno attirato delle società finanziarie che cercavano di piazzare provvisoriamente la loro liquidità anche se i rischi erano alti. I governi dei paesi poveri erano euforici e hanno cercato di far credere ai loro cittadini che il benessere era all’angolo della strada, anche se la situazione poteva drammaticamente cambiare.

La stampa internazionale ha parlato di afro-ottimismo che succede all’afro-pessimismo[3]. I leader africani si sono vantati della loro storia di successo, attribuita alla loro capacità di adattarsi alla globalizzazione neoliberale e all’apertura dei mercati. La Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Africana di Sviluppo (BAfD) li hanno congratulati. Tuttavia, questi governanti hanno accumulato debiti in modo eccessivo senza consultare i cittadini dei loro paesi. Quando le banche centrali hanno deciso, a partire dal 2022, di aumentare i tassi di interesse, la situazione finanziaria si è deteriorata drasticamente.

La convergenza della pandemia, degli effetti della guerra in Ucraina, dell’inflazione e degli aumenti dei tassi d’interesse delle banche centrali dei paesi più industrializzati ha scatenato una nuova crisi del debito nei paesi del Sud. Dal 2020, e soprattutto dal 2022, siamo in una nuova situazione, una nuova crisi del debito di proporzioni enormi causata da quattro shock per il capitalismo mondiale. Sono tutti shocks esogeni per i paesi più poveri. In primis, la pandemia da coronavirus, che ha provocato morti massive in tutto il mondo, confinamenti generalizzati, rotture delle catene di approvvigionamento…

Il secondo shock riguarda la crisi economica che si è aggravata per la pandemia. Ciò ha minato le economie dei paesi in via di sviluppo, dall’America Latina all’Asia passando per l’Africa. Paesi come lo Sri Lanka e Cuba, che avevano adottato una strategia economica basata sul turismo, sono stati particolarmente colpiti dalla cessazione dei trasporti aerei. L’interazione di questi due shocks ha posto le basi per la nuova crisi del debito sovrano. Proprio nel momento in cui gli Stati hanno dovuto aumentare le loro spese pubbliche per affrontare la pandemia, le loro economie sono entrate in recessione, riducendo le entrate fiscali. Di conseguenza, il debito sovrano è esploso.

Il terzo shock è stata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia a febbraio 2022. Questa ha immediatamente scatenato massivi aumenti speculativi dei prezzi dei cereali, tra cui il grano. Possiamo parlare di aumenti speculativi perché durante i primi mesi di guerra, gli stocks dei cereali dell’Ucraina e della Russia non erano diminuiti. Tuttavia, i prezzi dei cereali sono letteralmente esplosi. Successivamente, le esportazioni sono state interrotte, con l’effetto di soffocare gli approvvigionamenti e far salire ulteriormente i prezzi, fino a quando non è stato orchestrato un accordo per consentire la ripresa delle spedizioni. L’accordo è stato messo in discussione a partire dalla fine di luglio 2023. Si sono verificati anche aumenti significativi nei prezzi dei fertilizzanti chimici, nonché del petrolio e del gas.

I prezzi sono aumentati nel mondo intero, in particolare nei paesi che importavano la maggior parte delle loro derrate alimentari, dei fertilizzanti e dei combustibili. Nei paesi dell’Asia e dell’Africa, l’inflazione ha pesato enormemente sulla popolazione, già impoverita dalla recessione. Un gran numero di persone non ha potuto affrontare l’aumento dei prezzi del cibo e dei combustibili.

Il quarto shock e di certo il più importante riguarda la decisione unilaterale della Riserva federale americana, della Banca centrale europea e della Banca d’Inghilterra di aumentare i loro tassi d’interesse. Negli Stati Uniti, la FED ha portato i tassi dallo 0% al 5%, la Banca d’Inghilterra e del Canada hanno fatto lo stesso, mentre la BCE li ha portati al 4,5%. Questi aumenti hanno provocato effetti devastatori nei paesi del Sud. Paesi come lo Zambia e il Ghana, che erano considerati “storie di successo”, hanno dovuto sospendere i pagamenti. I fondi d’investimento, che avevano acquistato obbligazioni sovrane in questi Paesi, si sono resi conto che l’aumento dei tassi d’interesse nel Nord significava che potevano ottenere un tasso di rendimento più elevato acquistando tali obbligazioni negli Stati Uniti, in Europa e in Gran Bretagna. Abbiamo quindi assistito a un rimpatrio di capitali finanziari dal Sud al Nord.

Peggio ancora, i fondi di investimento hanno detto ai Paesi del Sud che, se avessero voluto rifinanziare il loro debito, avrebbero dovuto pagare tassi di interesse tra il 9% e il 15%, e in alcuni casi fino al 26% (come nel caso dello Zambia e dell’Egitto[4]), altrimenti i fondi non avrebbero acquistato le loro obbligazioni. Sebbene i Paesi non abbiano avuto altra scelta che accettare, molti di loro non hanno modo di effettuare i pagamenti a tassi così elevati. Il risultato è una nuova crisi del debito sovrano.

La Banca mondiale non nega il ruolo negativo dell’infiammata dei tassi d’interesse ma sta molto attenta a non puntare il dito contro i dirigenti delle banche centrali delle potenze che controllano le istituzioni di Bretton Woods. La Banca Mondiale non raccomanda ai governi dei paesi indebitati di proteggersi dichiarando una sospensione coordinata dei pagamenti del debito. Tuttavia, secondo il diritto internazionale, hanno pieno diritto di farlo. Infatti, possono invocare il cambiamento fondamentale delle circostanze causato dagli shocks esterni provenienti dal Nord, in particolare la decisione unilaterale delle banche centrali del Nord America e dell’Europa occidentale di aumentare radicalmente i tassi di interesse.

In caso di cambiamento fondamentale delle circostanze e di shocks esterni, non c’è l’obbligo di continuare l’esecuzione di un contratto di prestito e di proseguire con il rimborso del debito. Inoltre, la Banca Mondiale non assume nemmeno il proprio ruolo di responsabilità. È stata proprio lei, insieme al Fondo Monetario Internazionale (FMI), a incoraggiare i paesi attualmente indebitati a contrarre il massimo dei nuovi prestiti e ad aprire al massimo le loro economie, rendendoli più vulnerabili rispetto agli shock esterni che si sono susseguiti in tre anni. Se riflettiamo su una prospettiva lunga e facciamo un bilancio dell’azione della BM e del FMI che sono nate da quasi 80 anni, nel 1944, non si può che constatare il completo fallimento di queste due istituzioni multilaterali che avrebbero dovuto consentire uno sviluppo solido e la piena occupazione.

Un importante rapporto presentato dal FMI nel 2023 contiene una schiacciante ammissione di fallimento. Nel World Economic Outlook dell’aprile 2023, il FMI afferma che i Paesi in via di sviluppo impiegheranno 130 anni per dimezzare il divario tra il loro reddito pro capite e quello dei Paesi sviluppati. 130 anni per dimezzare il divario tra il reddito pro capite dei Paesi in via di sviluppo e quello dei Paesi ricchi! Questo avviene in un momento in cui l’umanità sta affrontando minacce immediate e a breve termine per la sua stessa esistenza, a causa della crisi ecologica che ha assunto proporzioni estreme. Ma come se non bastasse, nel suo World Economic Outlook dell’aprile 2008, il FMI ha dichiarato che ci sarebbero voluti 80 anni per ridurre il divario in questione.  La conclusione è semplice: tra il 2008 e il 2023, il divario tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati si è ulteriormente ampliato, contrariamente alla missione affidata alle istituzioni di Bretton Woods e ai cosiddetti benefici del capitalismo.

Bisogna anche citare le politiche d’aggiustamento strutturale che hanno portato alla privatizzazione dei sistemi di salute al Sud, e ad una più grande dipendenza dall’importazione di cereali, fattori di produzione e altri prodotti. Queste politiche, che si sono susseguite per oltre 40 anni, hanno completamente disarmato i Paesi del Sud dal far fronte a shock esterni come la pandemia di Covid 19 o l’aumento globale del prezzo dei cereali.

Due secoli fa, all’inizio della rivoluzione industriale capitalista, la differenza di redditi pro capite tra i paesi chiamati oggi in via di sviluppo e i paesi sviluppati era più debole.

L’odierno capitalismo vittorioso su scala globale ha aumentato il divario tra le nazioni come mai prima d’ora. Per non parlare del divario all’interno di ogni nazione, sia nel Sud che nel Nord, tra l’1% più ricco e il 50% inferiore.

È giunto il momento di sciogliere la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale e di costruire un’altra architettura internazionale che rispetti i diritti umani e la natura. È giunto il momento di liberarci del sistema capitalista e di intraprendere una rivoluzione ecosocialista, internazionalista e femminista…


[1] https://www.banquemondiale.org/fr/news/press-release/2023/12/13/developing-countries-paid-record-443-5-billion-on-public-debt-in-2022

[2] Martin Wolf, “The global economy holds up yet limps on”, 11 Ottobre 2023.

[3] CADTM, « Afrique, le piège de la dette et comment en sortir », dicembre 2022, https://www.cadtm.org/Afrique-le-piege-de-la-dette-et-comment-en-sortir.

[4] L’evoluzione dei rendimenti dei titoli sovrani in 10 anni è disponibile qui : http://www.worldgovernmentbonds.com/country/puertorico/ On y voit que le rendement (yield) sur les titres à 10 ans de la Zambie et de l’Égypte atteint 26%, celui de la Turquie atteint 25%, celui du Kenya 18,5%, celui du Pakistan et de l’Ouganda, 16%.