Clima e crisi ecologica: gli apprendisti stregoni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale

Capitolo 21 del libro “Banca Mondiale, una storia critica” di Eric Toussaint, ottobre 2020. (Traduzione di Giulia Piomponi).

A dicembre del 2020, in occasione del quinto anniversario della firma dell’accordo di Parigi sul Clima, il segretario generale delle Nazioni unite ha dato l’allarme, in quanto, fondamentalmente, la situazione è peggiorata. In questo capitolo, viene analizzata l’azione della Banca Mondiale e del FMI in relazione alla crisi ecologica e al cambiamento climatico. A fine ottobre 2006, Nicholas Stern, consigliere economico del governo britannico, ha presentato al Primo ministro Tony Blair un rapporto di 500 pagine sugli effetti del cambiamento climatico in corso e i modi per combatterlo.

(Foto: copertina del libro Banca Mondiale di Eric Toussaint)

Nel suo rapporto, Nicholas Stern affermava: “Il cambiamento climatico peggiorerà le condizioni primarie della vita delle popolazioni nel mondo intero – accesso all’acqua, produzione alimentare, salute e ambiente[1]. In modo implicito, la diagnosi contenuta in questo rapporto condanna le politiche perseguite in particolare dal FMI e dalla Banca mondiale di cui Nicholas Stern era stato l’economista capo[2]. Il presente capitolo confronta il rapporto Stern alle posizioni adottate da importanti dirigenti della Banca mondiale, del FMI e del governo di Washington dal 1990. Ritorna anche al rapporto che la BM ha dedicato nel 2006 alle catastrofi naturali. La Banca ha elaborato un’analisi in contraddizione a quanto aveva affermato fino a quel momento. Nel suo discorso, cerca di limitare la crisi di credibilità che la colpisce, ma in nessun modo abbandona la sua orientazione a favore del libero mercato e la sua adesione al modello produttivista distruttivo per gli esseri umani e l’ambiente. Quanto al rapporto Stern, sebbene contenga giudizi molto interessanti, non permette in nessun modo di trovare un’alternativa al modello produttivista e al perseguimento frenetico della crescita. Nonostante la Banca mondiale avesse annunciato che avrebbe messo fino al sostegno delle energie fossili a partire dal 2019, è chiaro che questa ha continuato a supportare la costruzione e lo sfruttamento delle centrali a carbone, del gas naturale, e del petrolio. Nel 2020 diversi analisti e ONG hanno denunciato la sua responsabilità nella drammatica prosecuzione del cambiamento climatico e della crisi ecologica.

SOMMARIO
  • Uno sguardo alle posizioni dei dirigenti della Banca Mondiale
  • L’inversione di tendenza della Banca Mondiale
  • Il rapporto di Nicholas Stern sul riscaldamento globale
  • La Banca mondiale si autocongratula per l’impegno che dedica al cambiamento climatico
  • Tra la retorica della Banca Mondiale e la realtà delle sue azioni, il divario è enorme
  • Mozambico: Il megaprogetto di sfruttamento di gas naturale cofinanziato dalla Banca mondiale
  • Suriname, America del Sud
  • I debiti reclamati dalla Banca mondiale e dal FMI sono odiosi e devono essere cancellati
  • Conclusione

Uno sguardo alle posizioni dei dirigenti della Banca Mondiale

Sebbene fin dagli anni ’70 numerosi voci hanno evidenziato i pericoli di una crescita senza limiti e dell’esaurimento delle risorse naturali, i dirigenti della BM e del FMI hanno sostenuto a lungo che non ci fosse alcun rischio. Lawrence Summers, Economista capo e Vicepresidente della Banca dal 1991 al 1996, e successivamente Segretario al Tesoro sotto la presidenza Clinton, ha dichiarato nel 1991:

Non ci sono […] limiti alla capacità di assorbimento del pianeta che possano bloccarci nel prossimo futuro. Il rischio di apocalisse a causa del riscaldamento globale o di qualsiasi altra causa è inesistente. L’idea che il mondo sia sull’orlo del collasso è profondamente falsa. L’idea che dovremmo imporre dei limiti alla crescita a causa dei limiti naturali è un profondo errore; inoltre, il costo sociale di questa scelta sarebbe sconcertante se mai venisse applicato”. [3]

In una lettera al settimanale britannico The Economist, pubblicata il 30 maggio 1992, ha scritto che, a suo parere, anche quando si parla dello scenario più pessimistico: “Sollevare lo spettro dei nostri nipoti impoveriti se non affrontiamo i problemi ambientali globali è pura demagogia“. E ha aggiunto: “L’argomento secondo cui i nostri obblighi morali nei confronti delle generazioni future richiedono un trattamento speciale per gli investimenti ambientali è stupido.”[4]

Le prese di posizione di Lawrence Summers hanno suscitato una vera e propria indignazione all’epoca e, cinque anni dopo nel 1997, Nicholas Stern (futuro economista capo della Banca) lo scrisse nel libro commissionato dalla Banca per tracciare il suo primo mezzo secolo di esistenza:

L’impegno della Banca nel campo dell’ambiente è stato messo in dubbio da alcuni in seguito della pubblicazione alla fine del 1991 da parte della rivista The Economist di alcuni estratti di una nota interna scritta da Lawrence Summers, all’epoca economista capo. La nota interna suggeriva la possibilità che le questioni ambientali fossero sopravvalutate per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo; questi paesi potrebbero ridurre i loro costi marginali commerciando o tollerando sostanze inquinanti.”[5]

In completa contraddizione con le rassicuranti dichiarazioni di Lawrence Summers citate in precedenza, che prevedeva che il riscaldamento globale avrebbe ridotto la crescita di meno dello 0,1% all’anno nei prossimi due secoli, Nicholas Stern afferma nel 2006: “Il rapporto stima che, se non agiamo, i costi e i rischi del cambiamento climatico nel loro complesso rappresenteranno l’equivalente di una perdita di almeno il 5% del PIL mondiale ogni anno, ora e per sempre. Se si tiene conto di una gamma più ampia di rischi e impatti, le stime delle perdite potrebbero raggiungere fino al 20% del PIL o più.”

(Foto: Nicholas Stern – CC – commons.wikimedia.org)

È una smentita decisa ma tardiva delle affermazioni di Lawrence Summers. Le affermazioni di questo tipo di Lawrence Summers non sono un fenomeno isolato: esse riflettono la posizione dominante del governo di Washington nelle decisioni della Banca mondiale e del FMI. Queste posizioni, che negavano che danni gravi fossero causati all’ambiente dal modello produttivista e che un cambiamento climatico fosse in corso, sono state espresse da Washington almeno fino a poco tempo fa.

I numerosi discorsi di Anne Krueger, economista capo della Banca Mondiale durante il mandato presidenziale di Ronald Reagan e, più tardi numero 2 del FMI dal 2000 al 2006, ne sono la prova. In uno di questi, pronunciato il 18 giugno 2003 in occasione del settimo forum economico internazionale a San Pietroburgo, Anne Krueger dichiarava:

“Prendiamo ad esempio l’annosa preoccupazione che la rapida crescita esaurisca le risorse di combustibile e che, se ciò accadrà la crescita si arresterà bruscamente. Le riserve di petrolio sono più importanti ora rispetto al 1950. All’epoca si stimava che le riserve di petrolio si sarebbero esaurite entro il 1970. Ciò non è avvenuto. Ad oggi, le riserve conosciute possono durare 40 anni all’attuale tasso di consumo. Non c’è dubbio che nel 2040, la ricerca e lo sviluppo avranno prodotto nuovi progressi nella produzione e nell’utilizzo dell’energia”.

E continua:

“Non abbiamo neanche causato danni irreparabili all’ambiente. È chiaro che dopo una fase iniziale di degrado, la crescita economica porta successivamente a una fase di miglioramento. Il punto critico, in cui le persone iniziano a scegliere di investire nella prevenzione dell’inquinamento e nel risanamento delle zone inquinate, si trova a circa 5000 dollari di prodotto interno lordo (PIL) per abitante.

Affermando ciò, Anne krueger voleva far passare il messaggio secondo il quale: la crescita all’inizio del decollo economico dei paesi in via di sviluppo porta ad un degrado ambientale, ma quando si supererà la soglia fissata a 5000 mila dollari di Prodotto Interno Lordo (PIL) per abitante, le persone, per riprendere la sua espressione, si metteranno ad investire nella prevenzione dell’inquinamento e nel risanamento delle zone inquinate. Quindi non c’è bisogno a livello dei poteri pubblici di prendere delle misure vincolanti per obbligare le imprese a rispettare le norme ambientali, in quanto l’autocorrezione si svolgerà naturalmente quando si raggiungerà la soglia magica di 5000 dollari di PIL per abitante. È puro fumo negli occhi. Non ci si basa su nessun dato empirico, è semplicemente la difesa del laissez-faire. Questa citazione di Anne Krueger contiene due errori evidenti (bugie). Prima di tutto, i fatti dimostrano che l’ambiente ha subito dei danni irreparabili. Secondo, non è vero che dopo «una fase iniziale di degrado” dell’ambiente, “la crescita economica porti in seguito ad una fase di miglioramento”. I paesi più industrializzati hanno già da tempo supero i 5000 dollari di PIL per abitante[6], e tuttavia, la maggior parte di questi continuano con delle politiche che portano all’aumento dell’inquinamento.

New Orleans,LA.,10/17/200 Conseguenze dell’uragano Katrina. FEMA photo/Andrea Booher – CC – https://catalog.archives.gov/

Ci sono volute le conseguenze dell’uragano Katrina nell’agosto del 2005 affinché la Casa Bianca iniziasse, riluttante, a riconoscere l’evidenza. Il CADTM, insieme ad altri movimenti, non ha aspettato un disastro come quello che ha colpito New Orleans nell’agosto 2005 per criticare la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale per le politiche che promuovono il cambiamento climatico e indeboliscono la capacità dei Paesi in via di sviluppo di far fronte ai disastri naturali. Il CADTM ha denunciato la promozione della BM e del FMI di politiche che favoriscono la deforestazione e lo sviluppo di megaprogetti energetici devastatori dell’ambiente.[7] Allo stesso tempo, ha richiesto alla Banca di abbandonare il sostegno ai progetti che distruggono le barriere naturali delle coste come le mangrovie che ammortizzano gli effetti tsunami[8]. Inoltre, il CADTM ha chiesto alla banca di interrompere i prestiti al settore dell’industria estrattiva. Il CADTM denuncia il supporto della Banca all’agrobusiness, alle monoculture d’esportazione, alla privatizzazione delle terre, agli interessi delle grandi imprese dei semi, responsabili della riduzione della biodiversità, delle emissioni in grande quantità di gas ad effetto serra, e all’impoverimento dei lavoratori e lavoratrici della terra. Infine, il CADTM ha messo in discussione la decisione presa alla conferenza di Rio del 1992 di conferire alla Banca mondiale la gestione del fondo mondiale di protezione dell’ambiente. Questo equivale ad affidare la sicurezza del pollaio alla volpe…

L’inversione di tendenza della Banca mondiale

Senza un minimo di autocritica, la Banca mondiale ha pubblicato nel 2006 un rapporto sulle catastrofi naturali. Il suo autore, Ronald Parker, scrive: «In tutto il mondo si registra un aumento di catastrofi legate al cambiamento ambientale.”[9] Mentre che il numero di terremoti resta praticamente costante, il numero e la grandezza delle catastrofi naturali dovute al clima è in forte aumento: si è passati da una media annuale di 100 nel 1975 a più di 400 nel 2005. La Banca riconosce che il riscaldamento globale, la deforestazione e l’erosione dei suoli hanno incrementato la vulnerabilità di regioni intere. Essa stima che i PVS subiscono danni di almeno 30 miliardi di dollari all’anno. Come dichiara Lester Brown, direttore dell’Earth Policy Institute: «Questo rapporto sottolinea che, sebbene continuiamo a definire queste catastrofi come “naturali”, queste sono spesso chiaramente d’origine umane[10]”.

Fire Silohouette – Saunders Drukker – FLICKR CC

Il rapporto di Nicholas Stern sul riscaldamento globale

Nicholas Stern è molto chiaro: “i paesi meno industrializzati, sebbene siano meno responsabili degli altri per riscaldamento globale, saranno i più colpiti: tutti i paesi saranno colpiti. I più vulnerabili – i paesi e i popoli più poveri – soffriranno prima e sempre di più anche se hanno contribuito di meno al cambiamento climatico. E aggiunge, completamente in contraddizione con la filosofia dei sostenitori della mondializzazione neoliberale, che “ il cambiamento climatico è il fallimento più grande del mercato che il mondo abbia mai conosciuto e che interagisce con le altre imperfezioni del mercato”. Detto questo, Nicholas Stern non propone nessuna alternativa al modello produttivista e al mercato capitalista. Al contrario, il suo rapporto ha per obiettivo di dare l’allarme affinché vengano stanziati fondi sufficienti a spese di riconversione industriale e di protezione dell’ambiente, per consentire il proseguimento di questa crescita incontrollata.

Egli sostiene che l’umanità può essere allo stesso tempo “verde” e “pro-crescita” (“green” and growth”). Spiega che il mercato della protezione ambientale offrirà una nuova opportunità al settore privato per fare profitti. E per concludere in bellezza, specifica che poiché i PVS inquinano di meno dei paesi industrializzati e ne pagano di più le conseguenze del riscaldamento, questi potranno vendere ai paesi ricchi i diritti per continuare ad inquinare. Con i provenienti derivati dalla vendita di questi diritti, potranno finanziare la riparazione dei danni causati alla loro popolazione. Nicholas Stern ha partecipato nel 2013 alla fondazione della Commissione globale sull’economia e il clima (Global Commission on the Economy and Climate), che è allo stesso tempo sia una think tank che un gruppo di pressione dedicato alla promozione di un capitalismo verde. Nicholas Stern che co-presidia questa commissione è accompagnato da dirigenti di grandi imprese private particolarmente inquinanti come la produttrice di cemento HolcimLafarge, o la compagnia petrolifera Shell (di cui il presidente è membro della commissione). Inoltre, troviamo alla direzione di questa commissione anche: la direttrice generale del FMI, un direttore della banca HSBC, un ex dirigente della BM, un ex presidente del Messico, un ex dirigente della banca di sviluppo cinese e un dirigente della banca asiatica di sviluppo[11].

La Banca mondiale si autocongratula per l’impegno che dedica al cambiamento climatico.

La Banca mondiale si autocongratula per l’impegno che dedica al cambiamento climatico. Sul sito, si trovano diverse affermazioni sul suo straordinario sforzo in termini di lotta al cambiamento climatico e in favore dei popoli.

In seguito dell’adozione dell’accordo di Parigi sul clima, nel 2016 il Gruppo della Banca Mondiale ha presentato un ambizioso piano d’azione sul cambiamento climatico al fine di intensificare il supporto finanziario e tecnico ai paesi in via di sviluppo e, di conseguenza, rafforzare la loro azione per il clima. L’istituzione internazionale, che si era impegnata a portare i suoi finanziamenti climatici al 28% dei suoi prestiti entro il 2020, rispetto al 20% nel 2016, ha costantemente superato tale obiettivo durante gli ultimi tre anni. In conformità con il piano d’azione, tutti i nuovi progetti della Banca Mondiale sono sottoposti a un’analisi del rischio climatico. Ora il sostegno della Banca oltrepassa i settori tradizionali legati all’azione climatica, quali energia, agricoltura e ambiente, per ampliare la gamma di progetti “climaticamente-intelligenti”. Oggi, la ripresa seguita al Covid-19 richiede di tenere in conto il clima, non esistono altre scelte possibili. Chiaramente, gli sconvolgimenti dovuti alla pandemia hanno sottolineato l’importanza di proteggersi dai rischi ambientali che provocano conseguenze gravi e sistemiche su tutta l’economia. Grazie al suo piano d’azione, il gruppo Banca mondiale ha aiutato alcuni paesi a ridurre i rischi di catastrofi combinando misure che rinforzano allo stesso tempo la resilienza dei popoli, delle infrastrutture e dell’economia. Il gruppo BM ha dato priorità agli investimenti nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica, leve essenziali per aiutare i propri clienti a ridurre le loro emissioni. Il nostro prossimo piano per il periodo 2020-2025, già lanciato, vuole amplificare il sostegno ai paesi affinché adottino delle misure ambiziose per il clima, aumentando i finanziamenti a favore dell’adattamento e promuovendo un’azione sistemica rafforzata a livello nazionale[12].

Tra la retorica della Banca Mondiale e la realtà delle sue azioni, il divario è enorme.

C’è un enorme divario tra la retorica della BM e la realtà delle sue azioni, promuovendo le energie fossili e inquinanti, la Banca va contro gli impegni presi alle Nazioni Unite. Questi sono i risultati di un’indagine condotta da un consorzio internazionale a cui hanno partecipato tre media tedeschi: la NDR, la Süddeutsche Zeitung et la Deutsche Welle[13]. Nel 2021, aprirà in Nigeria la più grande raffineria di petrolio al mondo. Aliko Dangote, l’uomo più ricco d’Africa la farà costruire.[14] Nonostante gli impegni globali sul clima, La Banca mondiale sostiene il progetto di Aliko Dangote, finanziando almeno cinque delle banche che hanno prestato soldi all’imprenditore. Inoltre, Aliko Dangote, ha ottenuto dalla Banca un prestito supplementare di più di 150 milioni di dollari. Secondo la giornalista Sandrine Blanchard, durante l’inchiesta dei giornalisti del consorzio internazionale, la Banca Mondiale si è giustificata affermando che “il credito è stato concesso per aiutare la Nigeria a migliorare la rivalutazione delle sue attività nel settore delle risorse naturali, in particolare per la produzione di fertilizzanti”. In realtà, Sandrina Blanchard afferma che è difficile separare questa fabbrica dal resto del progetto petrolifero[15]. Per il consorzio dei giornalisti investigativi (The International Consortium of investigative Journalists), questo è solo uno dei tanti investimenti della Banca mondiale nelle energie fossili. A volte questa investe anche direttamente nell’estrazione di carbone, gas naturale e petrolio. È il caso, per esempio, del Kenya, del Mozambico e della Guinea. In totale, la Banca Mondiale attribuisce più risorse finanziarie alle energie fossili che alle energie rinnovabili. Ciò preoccupa Uwe Kekeritz, deputato del parlamento tedesco (Bundestag) e responsabile delle politiche di sviluppo all’interno del partito ecologista tedesco.

L’influenza della Banca mondiale è enorme e i suoi continui investimenti nelle energie fossili hanno delle ripercussioni catastrofiche sul clima. Questo è inaccettabile da parte di una banca dedicata allo sviluppo che dovrebbe mettere al centro delle sue politiche lo sviluppo del mondo”.

Dal suo lato, l’ONG tedesca Urgewald ha affermato che la Banca Mondiale ha concesso crediti per oltre 12 miliardi di dollari per progetti legati ai combustibili fossili tra il 2015, l’anno dell’adozione dell’accordo di Parigi sul clima, e il 2020. Com’è possibile che la Banca mondiale possa dichiarare di aver messo fine al finanziamento delle energie fossili dal 2019? La risposta è semplice: ufficialmente si limita a concedere crediti per fornire assistenza tecnica alle autorità dei paesi che desiderano sviluppare l’estrazione di combustibili fossili. Secondo la sua versione, non finanzia più direttamente l’esplorazione e l’estrazione diretta di questi combustibili, ma in realtà, attraverso i suoi crediti in materia di assistenza tecnica, svolge un ruolo indispensabile per consentire agli Stati di sfruttare i combustibili fossili presenti nel sottosuolo del paese. Se si effettua una ricerca sul sito della Banca Mondiale, si scopre che nel 2020, questa abbia concesso prestiti a progetti che sono legati direttamente ad attività dell’industria del carbone[16]; a progetti nelle energie non rinnovabili[17] e a progetti per lo sfruttamento di gas e petrolio[18], facendo attenzione a mescolare investimenti dichiarati “ambientali” e investimenti estrattivi. Il verde è solo il prolungamento di tutto ciò che è legato allo sfruttamento eccessivo della natura, una semplice forma di greenwashing. Ecco alcuni esempi che mostrano il ruolo dannoso dei prestiti della Banca Mondiale in materia di assistenza tecnica.

Mozambico: Il megaprogetto di sfruttamento di gas naturale cofinanziato dalla Banca mondiale.

A luglio 2020, il gigante petrolifero francese Total e i suoi partners hanno firmato un accordo di finanziamento per un valore di 14,9 miliardi di dollari per il megaprogetto di gas naturale liquefatto (GNL) nella zona 1 in Mozambico. Questo accordo viene accolto come il più grande finanziamento mai realizzato in Africa. Include 19 banche commerciali e finanziamenti pubblici di 8 agenzie di prestito per l’esportazione, la banca africana di sviluppo e la Banca mondiale. Il contributo della Banca Mondiale consiste in un prestito di 87 milioni di dollari per finanziare l’assistenza tecnica con l’obiettivo dichiarato di migliorare la governance al fine di aumentare gli investimenti nei settori del gas e dell’estrazione mineraria per favorire una crescita generalizzata. Come Heike Mainhardt de Urgewald lo denuncia, una grande parte dell’aiuto della Banca si concentra nella zona 1 e 4, che fanno del Mozambico uno degli esportatori più importanti di GNL.[19] Lo sviluppo di questo megaprogetto porterà a conseguenze molto negative: la migrazione forzata delle popolazioni, perdita dei mezzi di sussistenza dei pescatori, e aumento della crisi climatica ed ecologica.

Come afferma Heike Mainhardt, per diversi motivi è importante comprendere il ruolo della Banca mondiale. In pratica, l’assistenza tecnica della Banca Mondiale finanzia consulenti incaricati di consigliare il governo su questioni come le politiche fiscali e regolamentari e la facilitazione di complessi accordi finanziari. I consulenti finanziati dalla Banca hanno aiutato il governo per anni a stabilire le basi legali e a negoziare gli accordi che consentono di ottenere il pacchetto finanziario di 14,9 miliardi di dollari. Durante la consultazione sponsorizzata dalla Banca Mondiale, una nuova legge che copre le attività delle zone 1 e 4 del gas naturale liquefatto (GNL) è stata pubblicata nel dicembre 2014.

Secondo lo studio legale Shearman and Sterling, tra le molte concessioni, questa legge stabilisce che nessuna preferenza deve essere data ai fornitori mozambicani per l’acquisto di beni e servizi necessari. Questa concessione ha notevolmente aumentato le opportunità per le aziende dei paesi con agenzie di credito all’esportazione che partecipano al mega-progetto, a discapito delle aziende mozambicane. La Export-Import Bank degli Stati Uniti (US Exim) ha annunciato che il suo prestito di 5 miliardi di dollari per la zona 1 riguarda 68 fornitori statunitensi e supporterà circa 16.400 posti di lavoro negli Stati Uniti. È facile capire che questo accordo di finanziamento, realizzato con l’assistenza di consulenti pagati dalla Banca Mondiale, non favorirà la creazione di un numero significativo di posti di lavoro in Mozambico.

Sempre secondo Heike Mainhardt, dal 2012, la Banca mondiale ha concesso prestiti al Mozambico per più di 14 milioni di dollari per finanziare contratti governativi con almeno 12 società di consulenza per il supporto nella negoziazione del pacchetto finanziario della zona 1 e 4. Alcune di queste società hanno dei legami con le compagnie petrolifere e almeno due hanno importanti conflitti di interesse. Lo studio legale SNR Denton, oltre ad aver fornito consulenza al governo del Mozambico, hanno anche assistito diverse compagnie petrolifere coinvolte nelle zone GNL 1 del paese, tra cui la Total, ONGC Videsh Limited (OVL) et Bharat PetroResources.

Inoltre, nel 2016, ExxonMobil ha acquisito una partecipazione del 25% nella zona GNL 4 del Mozambico. Nel 2018, la Banca Mondiale ha finanziato un contratto da 2,4 milioni di dollari per l’assistenza alle transazioni di gas naturale liquefatto (GNL) coinvolgendo un gruppo di consulenti, tra cui lo studio legale preferito da ExxonMobil, Hunton Andrews Kurth. Nello stesso periodo, ExxonMobil ha versato allo studio legale 500.000 dollari per spese di lobbying negli Stati Uniti. È evidente che anziché promuovere una gestione che proteggerebbe il governo dall’influenza dell’industria petrolifera, l’assistenza della Banca Mondiale la facilita.

Oltre a favorire le compagnie petrolifere e finanziere a spese degli interessi del Mozambico, i prestiti della Banca vanno contro gli impegni presi dal continente e dalla Banca stessa per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima, che comprende la limitazione del riscaldamento climatico a 1,5°C.

A novembre del 2019, ricercatori di diverse organizzazioni di esperti, tra cui il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, hanno allertato l’opinione pubblica internazionale affermando che al ritmo attuale, produrremo il 120% di combustibili fossili in più nel 2030 rispetto a ciò che sarebbe compatibile con una traiettoria del 1,5 °C. In altre parole, gli investimenti nella produzione di combustibili fossili sono già troppo importanti.

Fingendo di riconoscere il pericolo, come ho indicato in precedenza, la Banca Mondiale ha annunciato nel 2017 che avrebbe interrotto il finanziamento diretto del petrolio e del gas a monte (esplorazione e produzione) entro la fine del 2019. Tuttavia, questo impegno esclude l’assistenza tecnica e i prestiti della Banca per le politiche di sviluppo. I prestiti e i consigli della Banca Mondiale incentivano il settore petrolifero e del gas, minando così gli obiettivi climatici.

Un settore particolarmente importante che la Banca continua a sostenere è quello delle agevolazioni fiscali per gli investimenti nei combustibili fossili. In Mozambico, per attrarre nuovi investimenti al di là delle zone 1 e 4, il prestito di 110 milioni di dollari della Banca Mondiale per la politica di sviluppo nel 2014 ha costretto il governo ad approvare una nuova legge sulla tassazione petrolifera. La nuova legge fiscale comprende diverse agevolazioni all’investimento, come tassi di ammortamento accelerati per l’esplorazione di petrolio e gas. L’ammortamento accelerato dei nuovi investimenti in capitale consente alle compagnie petrolifere di ammortizzare rapidamente gli investimenti in capitale che, altrimenti, si deprezzerebbero nel tempo. In altre parole, vengono concesse detrazioni fiscali più elevate all’inizio dell’operazione, rendendo i nuovi progetti più redditizi e aumentando i flussi di cassa che possono essere dedicati a un numero maggiore di perforazioni.

ExxonMobil operation near Chicago, IL, summer of 2014 – CC

Suriname, America del Sud

Va sottolineato che il gruppo BM ha approvato un’operazione di assistenza tecnica di 23 milioni di dollari al Suriname nel luglio 2019, con lo scopo di sviluppare le industrie estrattive, che potrebbero includere petrolio e gas. La Banca Mondiale fornisce mezzi finanziari alle autorità del Suriname affinché aprano la strada alle grandi compagnie petrolifere per sfruttare le risorse del bacino Guyana-Suriname a discapito della popolazione e dell’ambiente.

L’avvertimento della Banca secondo cui la regione sarà gravemente colpita dalla crisi climatica e dall’innalzamento del livello del mare che ne deriverà è più che cinico, come afferma Jacey Bingler di Urgewald in un rapporto pubblicato nel dicembre 2020, alla vigilia del quinto anniversario dell’accordo di Parigi sul clima[20]. Un ultimo esempio, la Banca Mondiale ha concesso nel 2019 un prestito di 38 milioni di dollari al Brasile per contratti di assistenza tecnica finalizzati allo sviluppo dell’estrazione petrolifera.

I debiti reclamati dalla Banca mondiale e dal FMI sono odiosi e devono essere cancellati.

La BM e il FMI richiedono a molti PVS di rimborsare debiti che hanno provocato danni incalcolabili alle popolazioni e alla natura dei loro territori così come al pianeta intero.

Questi fanno parte della categoria dei debiti odiosi perché sono stati contratti contro l’interesse dei popoli. Infatti, per essere considerati come odiosi, i debiti devono essere stati utilizzati contro l’interesse delle popolazioni dei paesi che li hanno contratti, e questo ne è proprio il caso. Un ulteriore criterio è necessario per caratterizzare i debiti come odiosi: i creditori sapevano, o non possono dimostrare di non poter sapere, che l’uso dei loro prestiti andava contro l’interesse delle popolazioni[21].
Ma come dimostra questo articolo e molteplici studi, inclusi documenti prodotti dalla Banca mondiale e dal FMI, i dirigenti di queste istituzioni sapevano che effettivamente i loro prestiti servono e servivano a sostenere politiche contrarie agli interessi della popolazione e dell’ambiente. I popoli hanno il diritto di richiedere il loro annullamento. Lo stesso vale per i debiti reclamati da investitori privati o governi creditori.

Conclusione

I promotori del modello produttivista dominante e del sistema capitalista hanno iniziato negando l’esistenza di un problema cruciale, ovvero i danni ambientali e il riscaldamento climatico, e hanno continuato a promuovere con forza politiche che peggioravano la situazione. Successivamente, quando la situazione è diventata insostenibile, ne hanno fatto la prima pagina dei media internazionali pubblicando un rapporto sul tema, cercando di avallare l’idea che le istituzioni internazionali e i governi dei paesi più industrializzati abbiano preso atto di questo grave problema, in realtà volontariamente occultato per decenni.

In fin dei conti, i difensori del sistema attuale lasciano credere che sono in grado di dare una soluzione a un problema di cui ne sono la causa fondamentale, permettendo così la sua perpetuazione. È urgente capire che l’unica soluzione giusta e sostenibile passa proprio dalla messa in discussione di questo sistema capitalista produttivista, strutturalmente generatore di danni ambientali e di crescenti disuguaglianze.


Note

[1] Nicholas Stern, Stern Review: The Economics of Climate Change, Cambridge, 2006, http://mudancasclimaticas.cptec.inpe.br/~rmclima/pdfs/destaques/sternreview_report_complete.pdf Tutte le citazioni del rapporto di Stern contenute in questo articolo sono tratte dalle conclusioni del rapporto. Il rapporto completo è disponibile sul sito web del governo britannico.

[2] Nicholas Stern è stato economista capo e vice-presidente della Banca Mondiale dal 2000 al 2003.

[3] Lawrence Summers, alla riunione annuale della Banca Mondiale e del FMI a Bangkok nel 1991. Intervista con Kirsten Garrett, “Background Briefing”, Australian Broadcasting Company, secondo programma.

[4] «Summers on Sustainable Growth», lettera di Lawrence Summers all’ Economist, 30 maggio 1992.

[5] Stern et Ferreira, «The World Bank as “intellectual actor”», art. Cit., p. 566.

[6] Il PIL per abitante super i 20000 dollari nei paesi dell’America del Nord, in Europa Occidentale, in Giappone, Australia, Nuova Zelanda. Inoltre, la Cina ha superato la soglia dei 5000 dollari per abitante nel 2010. L’Africa del Sud e il Brasile nel 2006. Questi ultimi 3 paesi promuovono massivamente attività che degradano gravemente l’ambiente.

[7] Vedi, Éric Toussaint, La bourse ou la vie, Bruxelles/Parigi/Ginevra, CADTM/Luc Pire/Syllepse/Cetim, cap. 9, 1998.

[8] Millet et Toussaint, Les tsunamis de la dette, op. cit.

[9] Cité dans le Financial Times, 22-23 aprile 2006.

[10] Idem.

[11] Visita il sito del gruppo: Members of the Global Commission – New Climate Economy – Commission on the Economy and Climate, http://newclimateeconomy.net/about/members-global-commission. Vedi per una critica Daniel Tanuro, Trop tard pour être pessimistes! Ecosocialisme ou effondrement, Paris, Textuel, 2020, p 113-115.

[12] Toutes les citations proviennent du site officiel de la Banque mondiale : «5 années de leadership climatique : bilan du premier plan d’action du Groupe de la Banque mondiale sur le changement climatique », www.banquemondiale.org/fr/news/immersive-story/2020/09/08/5-years-of-climate-leadership-the-world-bank-groups-first-climate-action-plan.

[13] The International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), «The World Bank is still hooked on fossil fuels despite climate pledge » 10 avril 2019, www.icij.org/investigations/world-bank/the-world-bank-is-still-hooked-on-fossil-fuels-despite-climate-pledge/.

[14] Aliko Dangote, né le 10 avril 1957 à Kano au nord du Nigeria, est un homme d’affaires nigérian, considéré comme l’homme le plus riche d’Afrique. En 2018, lors du passage d’Emmanuel Macron à Lagos au Nigeria, le président français a rencontré ce milliardaire nigérian. Aliko Dangote est tout à fait favorable à la zone de libre-échange continentale africaine. En janvier 2020 et de nouveau en novembre 2020, Aliko Dangote a annoncé qu’il souhaitait acheter le club de football britannique Arsenal.

[15] Sandrine Blanchard en collaboration avec Fanny Fascar, Astrid Rasch et Elisabeth Weydt, «La Banque mondiale investit dans les énergies fossiles, nuisibles au climat», Deutsche Welle, 11 avril 2019, www.dw.com/fr/la-banque-mondiale-investit-dans-des-les-%C3%A9nergies-fossiles-nuisib les-au-climat/a-48291776.

[16] Projets Banque mondiale dans l’industrie charbonnière, https://projects.banquemondiale.org/fr/projects-operations/projects-list?sectorcode_exact=LM.&os=0

[17]Projets Banque mondiale dans les énergies non renouvelables, https://projects.banquemondiale.org/fr/projects-operations/projects-summary?sectorcode_exact=LN.

[18] Projets Banque mondiale dans hydrocarbures, https://projects.banquemondiale.org/fr/projectsoperations/projects-summary?sectorcode_exact=LC.

[19] Heike Mainhardt, «World Bank policy advice boosts oil and gas, undermining climate goals», 21 juillet 2020, https://www.climatechangenews.com/2020/07/21/world-bank-policy-advice-boosts-oil-gas-industry-undermining-climate-goals/.

[20] «Five years lost how finance is blowing the Paris carbon budget», 10 décembre 2020, https://urgewald.org/sites/default/files/media-files/FiveYearsLostReport.pdf, p. 20.

[21] Per la definizione del debito odioso vedi : Éric Toussaint, «Un pays a le pouvoir de refuser de payer la dette », 18 novembre 2020, www.cadtm.org/Un-pays-a-le-pouvoir-de-refuser-de-payer-la-dette, guarda anche Éric Toussaint, «La dette odieuse selon Alexandre Sack et selon le CADTM», 18 novembre 2016, www.cadtm.org/La-dette-odieuse-selon-Alexandre-Sack-et-selon-le-CADTM.